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Attila
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Attila

Attila (circa 406 - 453) fu re del popolo degli Unni.
Per la sua ferocia fu soprannominato flagellum dei (flagello di Dio).


La stirpe barbarica degli Unni in Tracia diventò talmente potente da conquistare oltre cento città, mettendo Costantinopoli quasi in ginocchio e facendo fuggire molti abitanti...Omicidi e spargimenti di sangue furono talmente numerosi da non riuscire a contare le vittime; occuparono chiese e monasteri e trucidarono monaci e giovani donne.

Nonostante il suo impero si sia disgregato alla sua morte per la mancanza di successori di un certo rilievo, è diventato una figura leggendaria nella storia europea.

Attila (circa 406 - 453) fu re del popolo degli Unni.
Per la sua ferocia fu soprannominato flagellum dei (flagello di Dio).
Attila; (Atle, Atli in norvegese antico; Etzel in tedesco, nato nel 406 e morto nel 453), fu l’ultimo e più potente re degli Unni in Europa, dove, dal 434 fino alla sua morte, governò un vastissimo impero che si estendeva dall’ Europa Centrale al Mar Nero, e dal Danubio al Baltico. Durante il suo regno divenne il più irriducibile nemico dell’ Impero Romano d’Oriente e dell' Impero Romano d'Occidente; invase due volte i Balcani e, nella seconda incursione, cinse d’assedio Costantinopoli; marciò attraverso la Francia spingendosi fino ad Orleans prima di essere respinto a battaglia di Chalôns e nel 452 scacciò da Ravenna l’imperatore Valentiniano III. Nonostante il suo impero si sia disgregato alla sua morte per la mancanza di successori di un certo rilievo, è diventato una figura leggendaria nella storia europea, che lo ricorda soprattutto come esempio di crudeltà e cupidigia. In alcuni racconti viene celebrato come un grande e nobile re, ed è il personaggio principale di tre saghe norvegesi.
Origini ed esordio
Pare che gli Unni europei fossero il ramo occidentale della stirpe degli Xiongnu (Xiongnú, ??), tribù nomadi antenate dei Mongoli e dei Turchi, originarie della Cina nord-orientale e dell’Asia centrale. Gli Unni riuscirono ad ottenere la supremazia militare sulle popolazioni rivali, più acculturate e civilizzate, grazie alla loro abilità nel combattimento, alla capacità di spostarsi con una straordinaria facilità e di usare armi come l’arco unno. La data di nascita di Attila si aggira intorno al 406; non esistono dati certi sulla sua infanzia; è probabile, ma non accertato, che già in gioventù fosse un glorioso condottiero ed un guerriero invincibile.
La divisione del regno

A partire dal 432 gli Unni furono riunificati sotto un unico impero governato da Rua; alla sua morte, nel 434, i nipoti Attila e Bleda, figli del fratello Mundjuk, assunsero il dominio di tutte le tribù, nel periodo in cui gli Unni stavano concordando con gli ambasciatori dell’imperatore Teodosio II il ritorno di numerosi fuggiaschi rifugiatisi entro i confini dell’Impero Bizantino. Un anno dopo, Attila e Bleda si incontrarono con i legati imperiali a Margus (l’odierna Požarevac) e, seduti a cavallo secondo l’usanza unna, conclusero un accordo molto vantaggioso con il quale i Romani accettarono non solo di riconsegnare le tribù dei fuggitivi, dai quali avevano ottenuto l’appoggio contro i Vandali, ma anche raddoppiarono il tributo allora pari a 350 libbre d’oro romane (circa 114,5 Kg) d'oro, aprirono i mercati ai commercianti unni e pagarono un riscatto di otto solidi per ogni Romano fatto da loro prigioniero. Soddisfatti dell’accordo, gli Unni levarono gli accampamenti dall’impero spostandosi verso i territori interni del continente, forse con l’intento di consolidare e rafforzare il proprio dominio. Teodosio ne approfittò per fortificare le mura di Costantinopoli, costruire le prime mura verso il mare ed erigere baluardi difensivi lungo il corso del Danubio.
Gli Unni non ebbero scontri con i Romani durante i cinque anni successivi, e mirarono all’invasione della Persia; ma una sconfitta subita in Armenia per la controffensiva persiana, li costrinse a rinunciare alla conquista del paese. Nel 440 fecero di nuovo la loro comparsa sui confini dell’impero sanciti con il trattato aggredendo i mercanti sulla sponda settentrionale del Danubio. Attila e Bleda minacciarono una nuova guerra, asserendo che i Romani non avevano rispettato gli accordi presi e che il vescovo di Margus, nei pressi dell’odierna Belgrado, aveva attraversato il Danubio per saccheggiare e violare le tombe dei re degli Unni sulla riva settentrionale. Passarono il fiume e devastarono le città dell’Illiria e le fortezze, tra cui, secondo lo storico Prisco, Viminacium, iniziando la loro offensiva da Margus, poiché, quando i Romani negoziarono la liberazione del vescovo che li aveva offesi, costui passò in segreto dalla parte dei barbari ai quali, a tradimento, consegnò la città. trattato.
Poiché Teodosio aveva rimosso i baluardi sul fiume dopo la presa di Cartagine da parte di Genserico, re dei Vandali nel 440, e l’invasione dell’Armenia da parte di Yazdegerd II della dinastia dei Sassanidi nel 441, nello stesso anno fu facile per Attila e Bleda aprirsi un varco attraverso l’Illiria per raggiungere i Balcani. L’esercito degli Unni, dopo aver saccheggiato Margus e Viminacium occuparono Sigindunum, l’attuale Belgrado e Sirmium, e poi sospesero le operazioni militari. Seguì un periodo di stasi fino al 442, anno in cui Teodosio richiamò le truppe dal nord Africa ed ordinò che fosse coniata una nuova moneta per finanziare l’azione offensiva contro gli Unni; con questi preparativi, riteneva fosse meglio rifiutare le richieste dei loro re.
La risposta di Attila e Bleda fu la ripresa della campagna d’invasione nel 443; compiendo razzie lungo il Danubio sottomisero i campi militari di Ratiera e conquistarono Naissus, oggi Nis con l’uso di arieti e torri d’assedio, equipaggiamenti militari di nuova concezione. In seguito, si impossessarono di Serica (Sofia), Philippopolis (Plovdiv), e Arcadiopolis,nell'odierna Serbia; affrontarono e sconfissero l’esercito romano alle porte di Costantinopoli e soltanto la mancanza di mezzi di combattimento in grado di far breccia nelle mura massicce della città li costrinse a fermarsi. Teodosio ammise la sconfitta ed inviò l’ufficiale di corte Anatolio a negoziare le condizioni di pace, questa volta più pesanti del trattato precedente. L’imperatore acconsentì a cedere oltre 6.000 libbre d’oro romane (1.963 kg) come sanzione per non aver rispettato i patti durante l’invasione; il tributo annuale fu triplicato fino a 2.100 libbre d’oro (687 kg) e l’ammontare del riscatto di ogni prigioniero romano aumentò fino a 12 solidi.
Soddisfatte per un po’ le loro pretese, gli Unni fecero ritorno nel loro impero. Secondo Giordano (che riporta quanto riferito da Prisco), qualche tempo dopo, nel periodo di pace che seguì alla ritirata da Bisanzio, forse intorno al 445, Bleda morì ed Attila divenne l’unico re; alcuni storici si chiedono se Attila fu il suo assassinò o se la morte fu causata da un’altra ragione; in ogni modo, Attila divenne il capo indiscusso degli Unni e rivolse di nuovo le sue attenzioni verso l'Impero d'Oriente.
Un monarca assoluto
Dopo la partenza degli Unni, la città di Costantinopoli attraversò un periodo di gravi calamità sia naturali sia causate dall’uomo: lotte sanguinarie tra le fazioni dell' Ippodromo, epidemie nel 445 e nel 446, quest’ultima a seguito di una carestia; quattro mesi di terremoti che distrussero gran parte delle mura causando migliaia di vittime, e dando origine, nel 447, ad una nuova epidemia, proprio quando Attila, consolidato il suo potere, si mise di nuovo in marcia verso il sud dell’impero attraverso la Mesia. L’ esercito romano, capeggiato dal magister militum Arnegisclo, lo sfidò sul fiume Vit subendo una sconfitta, non senza aver inflitto pesanti perdite. Gli Unni non trovarono più ostacoli e proseguirono le loro scorribande nei Balcani fino alle Termopili. La stessa Costantinopoli fu salvata dall’intervento del prefetto Flavio Costantino, che coinvolse la cittadinanza nella ricostruzione delle mura abbattute dal terremoto e nella costruzione di alcuni tratti di una nuova linea fortificata davanti alle antiche mura. Ecco un brano del racconto dell’invasione, tratto dalla Vita di San Ipazio di Callinico:
La stirpe barbarica degli Unni in Tracia diventò talmente potente da conquistare oltre cento città, mettendo Costantinopoli quasi in ginocchio e facendo fuggire molti abitanti...Omicidi e spargimenti di sangue furono talmente numerosi da non riuscire a contare le vittime; occuparono chiese e monasteri e trucidarono monaci e giovani donne.
Come condizione per la pace, Attila pretese che i Romani continuassero a pagare il tributo in oro e lasciassero libera una striscia di terra che si estendeva per 480 km ad est di Sigindunum (Belgrado) e oltre 100 km a sud del Danubio. Le trattative di pace tra Unni e Romani proseguirono per circa tre anni. Prisco fu inviato nell’accampamento di Attila in qualità di ambasciatore nel 448, ed talcuni brani delle sue cronistorie conservati dallo storico Giordano offrono un’immagine reale di Attila in mezzo alle sue numerose mogli, al giullare sciita ed al nano moresco, pacifico e sobrio nello splendore della sua corte imperiale: Abbondanti pietanze erano state preparate per noi e per gli ospiti barbari e servite su piatti d’argento, ma Attila mangiò soltanto della carne da un tagliere di legno; inoltre, dimostrò in tutto una grande modestia: bevve da una coppa di legno, mentre agli ospiti furono dati calici d’oro e argento. Anche gli abiti erano molto semplici e puliti; la spada al fianco, le borchie delle calzature, e la bardatura del cavallo non erano adorne, come quelle degli altri Sciiti, di guarnizioni d’oro o pietre preziose né di altro materiale pregiato.Prisco citò inoltre: Il pavimento era ricoperto di stuoie di lana su cui camminare.
Fu in questo periodo, secondo una leggenda raccontata da Giordano, che Attila scoprì la "Spada di Marte", e Prisco narra come avvenne la scoperta: "Un pastore vide zoppicare una giovenca del suo gregge e non capendo la causa della ferita, seguì con ansia le tracce di sangue ed alla fine trovò una spada su cui l’animale era inciampato inavvertitamente mentre brucava l’erba; la estrasse dal terreno e la portò subito ad Attila, il quale apprezzò molto il dono e, essendo ambizioso, si convinse di essere stato eletto padrone assoluto del mondo intero e che la spada di Marte gli avrebbe garantito la vittoria in tutte le battaglie.
Più tardi gli studiosi avrebbero identificato la leggenda come un esempio di culto religioso per la spada, diffuso tra le popolazioni nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.
Attila in occidente
Già nel 450, Attila aveva proclamato la sua intenzione di attaccare il potente regno dei Visigoti a Tolosa stringendo un’alleanza con l’imperatore Valentiniano III. In precedenza, c’erano stati buoni rapporti con l’Impero d’Occidente ed il suo governatore di fatto Flavio Ezio, il quale aveva trascorso un breve periodo in esilio tra gli Unni nel 443, meritandosi in occidente l’appellativo onorifico di magister militum per le truppe messe a disposizione da Attila contro Goti e Burgundi. Le profferte e la tattica diplomatica di Genserico, nemico dei Visigoti, un popolo che incuteva timore, avevano probabilmente influenzato i piani di Attila.
Ad ogni modo, Onoria, sorella di Valentiniano, nella primavera del 450 aveva inviato al re degli Unni una richiesta d’aiuto, insieme al proprio anello, perché voleva sottrarsi all’obbligo di fidanzamento con un senatore: la sua non era una proposta di matrimonio, ma Attila interpretò il messaggio in questo senso, ed accettò pretendendo in dote metà dell’Impero d’Occidente. Quando Valentiniano scoprì l’intrigo, fu solo l’intervento della madre Galla Placidia a convincerlo a mandare in esilio, piuttosto che ad uccidere Onoria, e ad inviare un messaggio ad Attila, in cui disconosceva assolutamente la legittimità della presunta proposta matrimoniale. Attila, per nulla persuaso, inviò un’ambasciata a Ravenna per affermare che Onoria non aveva alcuna colpa, che la proposta era valida dal punto di vista legale e che sarebbe venuto per esigere ciò che era un suo diritto.
Nel frattempo, Teodosio era morto cadendo da cavallo; il suo successore Marciano aveva annullato il tributo agli Unni verso la fine del 450; numerose invasioni da parte degli Unni e di altre popolazioni avevano devastato i Balcani e non c’era quasi niente da saccheggiare. Alla morte del re dei Franchi la lotta tra i due figli per la successione sancì la rottura tra Attila ed Ezio, poiché l’uno dava il suo appoggio al figlio maggiore, e l’altro al figlio minore. Secondo J.B.Bury, quando Attila si mise in marcia verso ovest la sua intenzione era quella di ingrandire il proprio regno, già allora il più forte sul continente, fino all’Oceano Atlantico attraversando la Gallia. Dopo aver radunato i suoi sudditi, Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Sciri, Eruli, Turingi, Alani, Burgundi, intraprese la marcia verso occidente prendendo in considerazione un’alleanza con i Visigoti ed i Romani.
Le sue mire apparvero ben presto evidenti quando, nel 451, (come riferisce Giordano) arrivò in Belgio a capo di un esercito di 500 mila uomini. Metz cadde sotto l’assedio il sette aprile, mentre Ezio mosse la controffensiva radunando le truppe tra Franchi, Burgundi e Celti. L’inarrestabile marcia verso occidente convinse Teodorico, re dei Visigoti, ad allearsi con i Romani; i due eserciti raggiunsero insieme Orleans prima di Attila, per tenere sotto controllo e così respingere l’avanzata unna. Ezio inseguì e bloccò gli Unni in una località nei pressi di Chalôn; i due eserciti combatterono una battaglia che terminò con la vittoria degli alleati e la morte di Teodorico durante gli scontri. Attila si ritirò oltre il confine e l’alleanza in breve tempo si sciolse.
L'invasione dell'Italia e la morte
Attila tornò?; nel 452 per reclamere nuovamente le sue nozze con Onoria, invadendo e devastando l'Italia lungo la via; il suo esercito saccheggiò numerose città e rase al suolo Aquileia, senza lasciare più nessuna traccia della sua esistenza. Valentiniano fuggì da Ravenna a Roma; Ezio rimase sul campo ma mancava della potenza necessaria per ingaggiare battaglia. Attila si fermò finalmente sul Po, dove incontrò, nell'attuale Governolo frazione di Roncoferraro, un ambasciata formata dal prefetto Trigezio, il Console Avienno e Papa Leone I (la leggenda vuole che proprio il papa abbia fermato Attila mostrandogli il Crocifisso). Comunque, dopo l'incontro Attila tornò indietro con le sue truppe senza pretese né sulla mano di Onoria né sulle terre in precedenza reclamate. Sono state date diverse interpretazioni della sua azione. La fame e le malattie che accompagnavano la sua invasione potrebbero aver ridotto la sua armata allo stremo, oppure le truppe che Marciano mandò oltre il Danubio potrebbero avergli dato ragione di retrocedere, o forse entrambe le cose sono concausali alla sua ritirata. Prisco riporta che la paura superstiziosa della fine di Alarico - che morì poco dopo aver saccheggiato Roma nel 410 - diede all'Unno una battuta di arresto. La "favola che è stata rappresentata dalla matita di Raffaello e dallo scalpello di Algardi" (come l'ha chiamata Edward Gibbon) di Prospero di Aquitania dice che il Papa, aiutato da San Pietro e San Paolo, lo convinse a girare al largo dalla città. Vari storici (tra cui Isaac Asimov) hanno supposto che l'ambasciata portasse un ingente quantità d'oro al leader unno e che lo abbia persuaso ad abbondonare la sua campagna. Qualunque fossero le sue ragioni, Attila lasciò l'Italia e ritornò al suo palazzo attraverso il Danubio. Da lì pianificò di attaccare nuovamente Costantinopoli e reclamare il tributo che Marciano aveva tagliato. Comunque, morì nei primi mesi del 453; la tradizione, secondo Prisco, dice che la notte dopo un banchetto che celebrava il suo ultimo matrimonio (con una gota di nome Ildico), egli ebbe una copiosa epistassi e morì soffocato. I suoi guerrieri, dopo aver scoperto la sua morte, si tagliarono i capelli e e si sfregiarono con le loro spade in segno di lutto così che, dice Giordano, "il più grande di tutti i guerrieri dovette essere pianto senza lamenti femminili e senza lacrime, ma con il sangue degli uomini". Fu seppellito in un triplo sarcofago d'oro, argento e ferro con il bottino delle sue conquiste e il corteo funebre fu ucciso per mantenere segreto il suo luogo di sepoltura. Dopo la sua morte, continuò a vivere come figura leggendaria: i personaggi di Etzel nella Saga Nibelunga e di Atli nella Saga Volsunga e nell'Edda poetica sono (seppur in maniera vaga e decisamente alterata) basati sulla sua vita.
Una storia alternativa della sua morte, registrata per la prima volta ottant'anni dopo il fatto dal cronista romano il Conte Marcellino, riporta: "Attila rex Hunnorum Europae orbator provinciae noctu mulieris manu cultroque confoditur" ("Attila, Re degli Unni e devastazione delle province d'Europa, fu trafitto a morte dalla mano e dalla lama di sua moglie")[1]. La saga Volsunda e l'Edda Poetica raccontano che Re Atli morì per mano di sua moglie Gudrun[2]. La maggioranza degli studiosi rifuta comunque queste versioni come racconti leggendari, preferendo invece la versione data da Prisco, contemporaneo di Attila.
I suoi figli Ellak (il successore designato), Dengizik ed Ernak comabatterono per la successione e, divisi, furono sconfitti e dispersi l'anno seguente nella Battaglia di Nedao (in Pannonia). L'impero di Attila non sopravvisse al suo fondatore.
L'aspetto, il carattere, il nome
La fonte principale di informazioni su Attila è Prisco, uno storico che viaggiò con Massimino in un'ambasciata mandata da Teodosio II nel 448. Egli descrive il villaggio che i nomadi Unni hanno costruito e in cui si sono insediati come una grande città dalle solide mura di legno. Descrisse lo stesso Attila così:
"basso di statura, con un largo torace a una testa grande; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e una carnagione scura, che metteva in evidenza la sua origine."
L'aspetto fisico di Attila era probabilmente più sul tipo asiatico orientale o mongolo, o forse un misto di questo tipo e quello delle popolazioni turche centrasiatiche. Comunque egli probabilmente aveva i lineamenti tipici orientali, che gli Europei non erano abituati a vedere, e questi quindi lo descrissero spesso con termini amari.
Attila è conosciuto nella storia occidentale e nella tradizione come il "Flagello di Dio", e il suo nome è diventato sinonimo di crudeltà e barbarie; a questa fama può aver contribuito il fatto che la sua figura sia stata nel tempo assimiliata a quella di altri condottieri della steppa: Mongoli come Genghis Khan e Tamerlano, noti come signori della guerra abili in combattimento, crudeli e sanguinari, e dediti al saccheggio; la figura di Attila, in realtà, è più complessa.
Gli Unni all'epoca di Attila avevano avuto modo di interagire con la civiltà romana, principalmente tramite i Germani che abitavano al confine tanto che Prisco, all'epoca dell'ambasciata di Teodosio nel 448, identificò il gotico, l'unno ed il latino come i tre principali idomi del popolo di Attila. Prisco riferisce anche di un suo incontro con un prigioniero Romano che si era così integrato nello stile di vita degli Unni da non voler più ritornare a casa, ed il resoconto che lo storico fa di Attila, della sua semplicità ed umiltà è chiaramente intriso di ammirazione.
Il contesto storico in cui Attila visse fu determinante per la sua immagine pubblica, così come si venne a creare in seguito: nell'epoca di declino dell'Impero d'Occidente i suoi conflitti con Ezio (spesso chiamato "l'ultimo dei Romani") uniti alla stranezza della sua cultura, favorirono l'immagine del barbaro feroce e nemico della civiltà che è stata rappresentata in seguito in innumerevoli opere d'arte. Le saghe epiche in cui egli appare ci danno invece un'immagine più sfumata: un nobile e generoso alleato, come l'Etzel dei Nibelunghi, o il crudele Atli della Saga Voslunga e dell'Edda poetica. Alcune storie nazionali comunqe lo dipingono sempre in modo positivo: in Ungheria e Turchia i nomi di Attila (o "Atilla" in turco) e della sua ultima moglie Ildikó sono tutt'ora popolari. Sullo stesso piano si inserisce l'opera A láthatatlan ember (pubblicata in inglese come Slave of the Huns) dell'autore turco Géza Gárdonyi, ampiamente basata sull'opera di Prisco, che fornisce un'immagine di Attila come capo saggio ed amato.
Il nome "Attila" molto probabilmente origina da atta ("padre") e il ("nazione") e significare quindi "padre della patria"; il nome potrebbe anche essere di origine pre-turca (lo si confronti con Atatürk: "padre dei turchi" ed Alma-Ata, ora Almaty). Atil in lingua altaica è il nome del Volga, da cui Attila potrebbe aver preso il nome. "Attila" potrebbe significare in lingua gotica "piccolo padre" (atta: "padre" più il suffisso diminutivo -la), dato che molti Goti servirono sotto di lui.
Curiosità su Attila
Attila devastò in lungo e in largo l'Europa del tempo, ma venne fermato tre volte da tre persone, il vescovo Lupo di Troyes (poi divenuto San Lupo), il vescovo Orso di un paese della Germania, e da Papa Leone I: da ciò si può dedurre che Attila avesse una sorta di superstizione o di paura nei confronti di persone con i nomi di belve feroci.









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