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FILOMENA PENNACCHIO,patriota meridionale

sono orfana di madre e di padre e per guadagnarmi da vivere ero obbligata a lavorare la campagna.

da Cronache Meridionali

Avellino, dicembre del 1864. Se Michelina De Cesare è l”icona del brigantaggio post unitario al femminile, Filomena Pennacchio ne è il paradigma, racchiudendo nella sua vicenda umana diverse contraddizioni: fiera, spavalda e rassegnata, ma capace di  gesti di umanità, fedele al suo uomo e consapevole della sconfitta, nemica giurata dei piemontesi

Se poi si considera che talvolta le bande di Crocco, Schiavone e Michele Caruso operavano congiuntamente e che le loro vicede si intrecciavano, allora l”errore è plausibile. Meno giustificabile e, semmai l”ostinazione di taluni pur accreditati studiosi che – nonostante le prove documentali emerse finora – accreditano ancora oggi la tesi del De Witt. E” accertato come il comportamento di Filomena prima di darsi alla macchia sia stato irreprensibile, come attesta la giunta municipale di San Sossio in un documento del 27 gennaio 1865: “… Pennacchio Filomena del suddetto Comune prima di associarsi alle orde brigantesche di Schiavone godeva di ottima condotta politica e morale, procacciandosi del pane giornaliero onorevolmente in qualità di orfana”. E con questo documento, oltre che con i certificati di nascita presenti nei fascicoli processuali della donna, si fa anche definitiva chiarezza sulle sue origini. La partecipazione della donna alle bande brigantesche – come ella racconta nel suo interrogatorio, ricalcando un canovaccio comune a quasi tutte le brigantesse catturate – sarebbe cominciata nel 1863: “… sono orfana di madre e di padre e per guadagnarmi da vivere ero obbligata a lavorare la campagna.

Ora metre appunto nello agosto del 1863 mi trovava a lavorare nella masseria Collamisso, di proprietà di Nicola Misso, in un giorno che più non ricordo, si presentò Schiavone colla sua banda. A quella vista mi nascosi impaurita sotto un mucchio di paglia; ma avvedutosene quel brigante venne a tirarmi fuori dal mio nascondiglio, e afferratami per un braccio, mi costrinse a montare in groppa al suo cavallo. Non valsero le preghiere e i pianti perchè lasciasse libera, ma volle condurmi al bosco dopo aver percosso il padrone e il curatolo di quella masseria perchè intercedevano per me. Giunta al bosco, il solo Schiavone si servì della mia persona e poscia mi disse che intendeva tenermi presso di lui per sua donna”. La storia è uguale a quella di tante altre donne: il lavoro nei campi, il sopraggiungere dei briganti, le inutili suppliche, il rapimento e la consumazione della violenza nel bosco. E” obiettivamente difficile crederle, almeno in questo caso: è ben documentato, infatti, come la Pennacchio scorresse già la campagna, almeno dall”ottobre del 1862 con il suo amante. Ad entrambi fu addebitato un episodio avvenuto a quella data, l”uccisione del mulo di una donna che non aveva accettato la loro richiesta estorsiva. Lasciamo continuare Filomena: “…vinta dalle minacce di quel bandito fù giocoforza seguitarlo ovunque, e mai ho potuto liberarmene colla fuga, perchè non mi lasciava sola un momento. Sopraggiunto l”inverno, non volle Schiavone che io vivessi la bosco e mi condusse a Bisaccia in casa di d. Michele Rafra, Tenente di quella guardia Nazionale ove stetti ricoverata per circa otto mesi.

In gennaio venne a trovarmi lo Schiavone chiamatovi dal Rafra, e stette nascosto con me oltre un mese”. Risulta chiara la condizione della donna che, prima sostiene di non aver potuto fuggire perchè ha sempre avuto Schiavone alle calcagna, poi candidamente afferma che lo stesso brigante – pur di non far patire i disagi di un rigido inverno alla macchia – la ricovera presso la casa di una persona fidata. Lasciatala in casa di Rago, la brigantessa gravida è accompagnata da una compiacente mezzana nel bosco di Monticchio dov”è rifugiato lo Schiavone: dopo una ventina di giorni, Filomena viene portta a Melfi nella casa della levatrice Angela Battista Di Biase per portare a termine la gravidanza. Ed è qui che – una volta catturato lo Schiavone – alla fine la brigantessa è arrestata. La brigantessa, alle domande degli inquirenti sulle sue eventuali partecipazioni ad azioni delittuose, si difende ammettendo di essersi trovata presente a scontri con le truppe in poche circostanze e di essersi sempre prodigata presso lo Schiavone per salvare la vita dei soldati fatti prigionieri: “Mi trovai presente all”attacco presso Parola vicino Benevento tra la banda di Schiavone e sei Carabinieri.

Questi ultimi furono fatti prigionieri, e poi lasciati liberi per mia intercessione. Fra i medesimi ve ne era uno che si chiamava Ferdinando. essi possono testimoniare, che se hanno salva la vita, fù appunto per mezzo mio, essendosi Schiavone piegato alle mie vive preghiere. Mi trovai pure in un altro fatto vicino a Santa Croce verso le Puglie, in cui rimasero prigionieri quindici o sedici soldati, che furono disarmati e mandati liberi per mia intercessione, giacchè godevo di un grande ascendente sull”animo di Schiavone. Un”altra volta invece trovai un bersagliere sperso nel bosco, dopo un attacco in vicinanza di Creja, ed io gli indicai la via perchè se ne fuggisse. Detto bersagliere, credo si trovi tuttora in S. Agata delel Puglie. Del resto – conglude Filomena – ho sempre fatto del bene e mai del male perchè tale è l”animo mio”. A smentire la donna vi è un episodio che, per la molteplicità delle testimonianze, appare veritiero: il 4 luglio 1863 le bande riunite di Schiavone e Michele Caruso sono nel Beneventano, nei pressi di Morcone, lungo la via consolare che da Napoli porta a Campobasso.

Si può dire che, forti di una settantina di uomini, hanno occupato militarmente il territorio: frazionate in gruppetti di una dozzina di elementi, depredano a mani basse tutto quello che trovano innanzi. Tra i briganti vengono notate due donne: Filomena e Luisa Ruscitti, amante di Caruso. I testimoni dello scontro affermano che l”atteggiamento delle due donne è assai diverso: “… ella (Luisa Rascitti) non si portava armate a seguiva la compagnia tutta mesta a differenza di Filomena che si manteneva ilare, baldanzosa e si mostrava agli attacchi…”. Filomena veste: “… un giubbetto di velluto nero sino alle ginocchia e un paio di pantaloni bianchi, in testa un piccolo cappello nero all”italiana”. Nel pomeriggio, un drappello del 45° reggimento di lnea è in perlustrazione proprio sulla consolare, in contrada Sferracavallo. Aspetta il corriere postale per scortarlo lungo la via. Dal bosco spuntano circa una quindicina di briganti. Sulle prime vengono scambiati per cavalleggeri di stanza nella vicina Sepino: hanno infatti divise simili. I briganti si avvicinano e si rivelano per tali. I soldati – forti anche per l”aiuto di pattuglia di cavalleria che arriva proprio in quei frangenti – si lanciano all”inseguimento e, a fucilate, li fanno arretrare in un bosco vicino. I cavalleggeri però, esaurite le munizioni, si allontanano e lasciano al proprio destino il drappello di fanteria. Il grosso della banda in quel momento bivacca – a gruppetti sciolti – poco lontano, presso uan casa rurale in contrada Canepino: in lontananza si sentono crepitare i fucili e i briganti intuiscono che qualche loro pattuglia è in pericolo. Filomena reagisce come prima: spara un colpo di pistola in aria per richiamare l”attenzione di tutti, inforca il cavallo e, alla testa dei suoi compagni, si dirige al galoppo in direzione degli spari. La banda arriva ben presto a contatto con i soldati e ne ammazza una decina. Filomena – come emerge dalle numerose testimonianze dei soldati superstiti e dei contadini che erano nelle vicinanze – è in prima fila, maramaldeggia, incita i suoi, li batte in audacia e ferocia: “dessa aveva in mano un grosso pistolo di cavalleria e nel tirare i colpi gridava: uccidiamoli tutti…era la più franca ad assalire col cavallo che inforcava la forza e ad offenderla con continue esplosioni di una grossa pistola … con due colpi di quell”arma ridusse cadaveri due di quei prodi… si batteva con un coraggio sorprendente… sparava come un uomo, anzi, era più spietata…”. E poichè all”orrore sembra non esservi mai fine: “quella donna, nel vedere stesi al suolo i nostri compagni si passò per sopra col cavallo e volle pure che i suoi avessero fatto altrettanto..”.

A Filomena furono attribuiti diversi amori: Caruso, Crocco, Tortora, Schiavne e Sacchitiello. Tali dicerie sulla donna che – nell”immaginario popolare è poi diventata l”archetipo della brigantessa – si sono sicuramente modificate e moltiplicate nella narrazione orale e, riprese da incauti e superficiali scrittori di cose brigantesche, hanno contribuito ad arricchirne la leggenda dandole parvenza di realtà. Il suo vero amore sembra essere stato Giuseppe Schiavone ed è circostanza tutta da provare che abbia concesso i suoi favori anche ad altri. E” certo invece, che Schiavone incappa nelle maglie della giustizia per una vendetta d”amore. Il brigante, innamoratosi della Pennacchio, aveva abbandonato la sua antica amante, Rosa Giuliani, e proprio questa donna è la causa della sua cattura: spinta dal tarlo della gelosia indica al delegato di Candela, Marchetti, il luogo (la masseria Vassallo, in agro di Candela), dove si nasconde Schiavone con alcuni suoi compagni: “il delegato avvertì imediatmente il maggiore Rossi, il quale senza indugio, ordinò che un drappello di bersaglieri, sotto gli ordini del capitano Molinati ed un distaccamento dei cavalleggeri di Lucca , alla dipendenza del tenente Arditi, si fossero portati in detta masseria. Giunti colà a notte inoltrata, mentre imperversava un uragano, circondarono il fabbricato.

I briganti tentarono di salvarsi colla fuga, ma fu inutile, giacchè tutti cinque vennero arrestati dalle truppe”. Schiavone è subito sommariamente processato e condannato a morte: prima di andare incontro al plotone d”esecuzione, chiede di poter rivedere un”ultima volta la sua amata Filomena. Viene accontentato, ma deve giocoforza rivelare il nascondiglio della donna. I bersaglieri del maggiore Rossi invadono la casa in cui la donna è nascosta. La catturano e la conducono in catene da Schiavone. Questi dopo averla abbracciata e carezzata, le si inginocchia davantil le bacia il ventre rigonfio e le chiede perdono. La Pennacchio, persa allora ogni speranza per il domani, decide di collaborare con le autorità: è lei che svela il nascondiglio di Agostino Sacchitiello e ne consente la cattura assieme a Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito. La riconoscenza dei nemici nontarda a farsi sentire: il 18 dicembre 1864, infatt, il capo di stato maggiore del comando gnerale delle zone riunite, scrive all”avvocato fiscale militare del tribunale di guerra di Avellino che: “in favore della Filomena Pennacchio mi è dovere far risultare che la medesima con le sue importanti rivelazioni ha assicurato nelle mani della giustizia l”intiera comitiva Sacchitiello e le drude che insieme a lui ricevevano ricovero in Bisaccia.

Alla Filomena devesi ancora la scoperta di molti famosi manutengoli. Questi fatti costituiscono servizi positivi a pro della ricostituzione della sicurezza pubblica, quindi nutro fiducia che la giustizia vorrà tenerne conto nel pronunciare una sentenza contro la Filomena Pennacchio”. Filomena è condannata a 20 anni di lavori forzati, pena tutto sommato contenuta. Ma è una sentenza già scritta o almeno “indicata”, dal momento che Pallavicini in una lettera del 12 febbraio 1865 all”avvocato fiscale prima annuncia i meriti della brigantessa pentita: “… appena rinchiusa nelle carceri, la Filomena Pennacchio non fu aliena dal confessare la verità, anzi con una franchezza che non si poteva sperare, essa non solo rivelò tutti i luoghi ove le si era dato ricovero, ma bensì ancora l”asilo dei due Sacchitiello, del brigante Gentile, della druda di Crocco e della druda di Sacchitiello; tali indicazioni furono date con tanta precisione da produrne poi lìarresto dei tre briganti e delle due drude. Alla Filomena Pennacchio devesi dunque la distruzione dell”intera comitiva di Sacchitiello, la quale diede poi il crollo alla comitiva Collarulo, mettendo così termine al brigantaggio nella zona di Lacedonia…”; poi suggerisce la portata della sentenza: “non ho altro da aggiungere riguardo alla Filomena Pennacchio e di Agostino Sacchitiello, sicuro che ella vorrà far risultare innanzi a codesto tribunale l”importanza dei servizi resi, facendo così avere ai medesimi una qualche considerazione, quando sarà venuto il momento di promuovere la sentenza a loro carico”.

Filomena usufruisce nel luglio 1870 di una prima considerevole riduzione di pena: i 10 anni iniziali diventano 9, che nel settembre del ”71 si riducono a 8 e l”anno successivo a 7. Così Filomena Pennacchio, nel marzo 1872 esce dal carcere e dalla storia e si avvia a scontare la vera condanna delel contadine brigantesse: l”oblio. Di lei come di quasi tutte le brigantesse, si perde ogni traccia: resta solo una foto dalla espressione fiera e spavalda che maschera le contraddizioni di una donna travolta da avvenimenti più grandi di lei.

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