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Brigata Catanzaro
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Brigata Catanzaro 1917: gli eroi che finirono fucilati

Uomini che nel luglio del 1917 decisero di dire basta dopo l'ennesima speranza di avere una licenza andata in frantumi.

dal Messagero Veneto

Un lembo di terra che prima del maggio 1915 i 28 fucilati della Brigata Catanzaro a Santa Maria La Longa, un briciolo dopo Palmanova sulla strada per Udine, nelle loro case, nei loro campi di Calabria, Basilicata e Sicilia non avevano mai visto n sentito. Nemmeno potuto odiare..

Eroi, decorati con la medaglia d'oro al valor militare per l'impegno dimostrato sul Carso nel combattere il nemico, o traditori della Patria, protagonisti della più grave rivolta nell'esercito italiano della Prima guerra mondiale? Più semplicemente uomini, giovani piegati da mesi e mesi dispallatecontro il nemico austriaco sul Carso. Un lembo di terra che prima del maggio 1915 i 28 fucilati della Brigata Catanzaro a Santa Maria La Longa, un briciolo dopo Palmanova sulla strada per Udine, nelle loro case, nei loro campi di Calabria, Basilicata e Sicilia non avevano mai visto né sentito. Nemmeno potuto odiare.
Uomini che nel luglio del 1917 decisero di dire basta dopo l'ennesima speranza di avere una licenza andata in frantumi. Ricevuto l'improvviso ordine di ritornare al fronte per l'ennesimo assalto sul Carso, dissero «no» alla prospettiva di farsi carne da macello. Uomini, non traditori, ai quali persino Gabriele d'Annunzio, il poeta che tanto si batté per quella guerra, volle rendere omaggio con l'acanto, il fiore dell'immortalità, degli eroi.
A quasi 90 anni da quella tragedia consumatasi tra le file dell'esercito italiano a Santa Maria La Longa, la storia di quei 28 fucilati ritorna in primo piano grazie alla tesi di laurea di una giovane del piccolo centro alle porte di Palmanova, Giulia Sattolo. Ne La rivolta della Brigata Catanzaro, storia e memoria, la neo-dottoressa, laureatasi all'Università di Udine, ricostruisce quella vicenda per troppi anni dimenticata o voluta dimenticare, anche dagli stessi abitanti di Santa Maria. E, mentre la studentessa riportava alla luce le piantine del cimitero indicanti la fossa comune nella quale lunedì 16 luglio 1917 i 28 soldati furono giustiziati, dopo una notte di rivolta tra i baraccamenti della Brigata e un fulmineo processo, o toglieva la polvere alle poche testimonianze locali su quei fatti, uno storico calabrese, Mario Saccà, negli archivi dello Stato Maggiore dell'Esercito dava persino un nome a 16 di quei giustiziati, per decenni confusi tra i 6 mila ignoti che trovano riposo al Tempio ossario di Udine. 
Ma chi erano quei 28 soldati della Brigata Catanzaro? Come arrivarono a Santa Maria La Longa? Perché decisero di ribellarsi quella notte andando così incontro a morte certa? La tesi della Sattolo ricostruisce la vicenda partendo da un punto di vista nuovo, quello appunto di Santa Maria La Longa. Un paese letteralmente trasformato dal primo conflitto mondiale, in quanto divenuto privilegiata sede di riposo e riorganizzazione per le truppe della Terza Armata impegnata nelle sanguinose battaglie sull'Isonzo. 
Quel comune di poco più di due mila abitanti in quegli anni arrivò a ospitare fino a 10 mila soldati, 5 ospedali da campo, una serie infinita di baraccamenti che, senza soluzione di continuità, accompagnavano la strada che collegava Palmanova a Udine. In quella realtà i soldati della Brigata Catanzaro, costituita poco prima dell'inizio del conflitto in Calabria e risultata della fusione tra il 141° e il 14° reggimento, furono catapultati per la prima volta alla fine del 1915, dopo l'
 esordionelle trincee del San Michele o del Sabotino. Per quei fanti strappati dal lavoro nei campi in Calabria, Basilicata, Sicilia, ma un po' da tutte le regioni del sud, Santa Maria la Longa rappresentava una parentesi (sempre troppo breve) tra gli orrori della guerra. E a quei baraccamenti i fanti tornavano sempre meno.
La mortalità sul Carso era infatti impressionante. Nei soli primi due anni di guerra la Brigata (più o meno seimila uomini) dovette lasciare sul campo qualcosa come 1.062 morti, oltre a 10 mila feriti e 2.070 dispersi. Numeri pazzeschi. La bandiera di guerra della formazione fu decorata ben presto con una medaglia d'oro e una d'argento al valor militare. «Le condizioni al fronte erano disumane, le licenze venivano promesse continuamente, ma mai concesse – spiega Giulia Sattolo – i periodi di riposo erano sempre troppo brevi. Insomma, il malcontento non faticò a farsi largo negli animi dei soldati». Per capire le motivazioni che portarono i fanti della Brigata alla ribellione quella notte, vanno citati almeno due episodi: l'accusa di sbandamento al 141° Reggimento, che portò il 27 maggio del 1916 sull'altopiano di Asiago a 12 fucilazioni, e alcuni disordini scoppiati quando la Brigata si trovava nelle retrovie tra Ruda e Perteole, in seguito ai quali vi fu la condanna a morte d'un soldato.
Due episodi che dimostrano come all'interno della Brigata il grado di tensione fosse elevatissimo, come del resto in tutto l'esercito. Non a caso Caporetto era ormai dietro l'angolo. Lo Stato maggiore, tuttavia, alla sempre più crescente insubordinazione rispondeva con la linea della fermezza, con le decimazioni, con le fucilazioni. Per dare l'esempio, anche inviando al fronte la polizia militare con fucili puntati alle spalle dei soldati che andavano all'ormai prevedibile assalto degli austro-tedeschi. Tra le file della Brigata Catanzaro, cui toccavano sempre la prima linea e le perdite più gravi, quell'estate, dopo i fatti di Perteole, l'esercito infiltrò persino alcuni carabinieri.
E quando alla truppa, mandata il 24 giugno a Santa Maria per un lungo periodo di riposo, pochi giorni dopo fu letto un telegramma che imponeva l'immediato trasferimento in trincea, l'ormai fragile filo che teneva legati quei soldati-contadini alla Patria, da tempo non più madre, ma matrigna, saltò per aria. E arrivò la rivolta. Nel volume di Marco Pluviano e Irene Guerrini Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale (Gaspari editore) la rivolta di Santa Maria viene definita «la più grave nell'esercito italiano durante il conflitto». 
La tesi di Giulia Sattolo ricostruisce in loco quella tumultuosa vicenda ripescando l'intervista a due reduci apparsa in un numero della
 Storia Illustrata del febbraio 1981. Baldo Fabris e Giona Del Mestre, entrambi cavalieri di Vittorio Veneto. I due raccontano dell'ordine improvviso dato alla Brigata Catanzaro di tornare al fronte ricordando tuttavia che «la legna era tanta e già pronta. La fiamma covava sotto la cenere. I soldati erano provati dalla guerra. Partivano per il Carso in mille e tornavano in cento. La rivolta era preparata». I due testimoni sono preziosi: raccontano come in paese la rivolta già fosse nell'aria. Persino l'esercito se l'aspettava. Il parroco di Santa Maria, don Fiorenzo Venturini, come riporta Giuseppe Del Bianco nella Storia del Friuli, riferisce del malcontento che regnava tra la truppa. 
E se anche tra i soldati di stanza a Santa Maria si stessero facendo largo le notizie che filtravano dal nemico sulle rivolte dall'altra parte del fronte o sulla rivoluzione bolscevica in Russia? Possibile, anche se, come ammetteranno in seguito i vertici dell'esercito, a Santa Maria la causa scatenante dell'insubordinazione fu il rifiuto dei soldati di andare incontro a morte certa dopo l'ennesima promessa d'un lungo periodo di riposo andata in fumo. 
Tre giorni prima di quel 15 maggio i carabinieri, che gli ufficiali avevano infiltrato tra la truppa, furono scoperti. Poi quella domenica 15 luglio caratterizzata dall'afa e solo apparentemente tranquilla (come riferiscono i diari storici dei reggimenti) e la rivolta «iniziata da alcuni baraccamenti occupati dal 141° Reggimento e proseguita a macchia d'olio», si spiega nella tesi. Sattolo racconta degli spari contro palazzo Bearzi (alloggio degli ufficiali) e contro la villa dei conti Colloredo-Mels, scelta spesso come dimora dal poeta-soldato Gabriele d'Annunzio. Durante la notte l'intera sesta Compagnia del 142° si ribella. Sei ore e più di battaglia con bombe a mano, mitragliatrici, razzi sparati dai rivoltosi per far convergere altri uomini prima che i rinforzi, giunti dai paesi vicini, (pure diversi gli autocannoni, oltre a un aereo che sorvolò l'area della battaglia) permettano di ristabilire la calma. Sul campo rimangono 12 tra ufficiali e soldati, sepolti in seguito nel cimitero militare di Mereto di Capitolo. Poi, prima dell'alba, implacabile, scatta la giustizia militare. Sedici sono presi con l'arma ancora scottante e condannati alla fucilazione. A essi se ne aggiungono 12, frutto della decimazione della compagna del 142°, l'ultima ad arrendersi. 
Un chilometro dista il cimitero di Santa Cecilia dal centro del paese. A luglio, ancor oggi, il granoturco rende praticamente invisibile quella strada. Lì è fatto passare quel camion militare carico di soldati calabresi, siciliani, molisani che vanno incontro alla morte addossati al muro del camposanto. Testimoni? «Alcuni bambini che stavano portando a spasso le oche – spiega l'autrice della tesi – nei campi intorno al cimitero di Santa Cecilia». Oltre a Gabriele d'Annunzio, il poeta che aveva voluto tanto la guerra e che per questo i soldati (molti dei quali suoi conterranei) odiavano. Fu invece proprio il poeta-soldato a donare a quegli «uomini morti che con le bocche prone affidavano al cuor della terra il sospiro interrotto degli uomini vivi» il fiore dell'acanto, quello dell'immortalità, quello destinato agli eroi. 
Dopo la fucilazione, i 28 soldati furono tumulati in una fossa comune in un lato del cimitero (nella tesi della Sattolo vi sono anche le mappe che segnalano la presenza della fossa) dove, nel più completo oblio, rimasero fino al 1935 quando furono traslate al Tempio ossario di Udine tra i 6 mila ignoti. 
Ora quei 28 soldati (16 dei quali da pochi giorni hanno un nome) sono ricordati con una targa nel cimitero di Santa Maria La Longa. Sono uomini, non eroi, né tanto meno traditori. Uno di essi, su un pioppo pare, lasciò incisa l'ultima protesta di innocenza e l'estremo saluto ai suoi cari. Per il resto alcuna memoria rimane in paese per una rivolta dall'esito tragico che non lasciò indifferente nemmeno il generale Cadorna, quello per cui la fucilazione era un
 metodo educativo. Il comandante dell'esercito scrisse infatti alla moglie il 17 luglio 1917. «Come vedi ho delle seccature ogni giorno. E ne ho avuta un'altra gravissima oggi con un ammutinamento la notte scorsa in un reggimento per frenare il quale si sono dovute prendere le misure più terribili. Ma sono cose orribilmente disgustose e ripugnanti per quanto imposte dalla necessità di ristabilire la disciplina ad ogni costo». Pochi giorni dopo quasi tutti gli ufficiali della Brigata Catanzaro furono sostituiti o deferiti al Tribunale militare.

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