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CREPUSCOLO DELLA RAGIONE

Il 20 settembre 2002 l’International Herald Tribune pubblica il testo della “Risoluzione sull’lrak” che il Congresso degli Stati Uniti, su invito di Bush. voterà.

di Francesco Berti Arnoaldi

 

“Il Presidente è autorizzato ad usare tutti ì mezzi che riterrà idonei, inclusa la forza, al fine di dare esecuzione alle rìsoluzionì dal Consiglio di Sìcurezza dell’ONU, difendere gli interessi degli Stati Uniti alla sicurezza nazionale contro la minaccia dell’Irak e ristabílire la sicurezza e la pace ìnternazionale in quella regione”.

Il 20 settembre 2002 l’International Herald Tribune pubblica il testo della “Risoluzione sull’lrak” che il Congresso degli Stati Uniti, su invito di Bush. voterà. Ritrovo le mie annotazioni.È un documento di tre brevi commi, scritto in puro Pentagonese, come gli americani chiamano quello che per noi è il burocratese; e che è articolato secondo lo stile legale in tanti attesoché (whereas), per concludersi come segue: “Il Presidente è autorizzato ad usare tutti ì mezzi che riterrà idonei, inclusa la forza, al fine di dare esecuzione alle rìsoluzionì dal Consiglio di Sìcurezza dell’ONU, difendere gli interessi degli Stati Uniti alla sicurezza nazionale contro la minaccia dell’Irak e ristabílire la sicurezza e la pace ìnternazionale in quella regione” Tento un’operazione di mini-filologia: contare le ricorrenze, cioè vedere quante volte sono ripetue le parole più usate nel testo. Ecco la classifica: Security sicurezza, maglia gialla con 11 ricorrenze. Segue Threaten, threat minacciare, minaccia con 9 Terrorist generalmente combinato con organisation, con 7 con 6 ricorrenze le parole: attack attacco weapons armi peace Pace, impaurita dalla Compagnia in cui si trova interests interessi, sempre americani, 5 ricorrenze. Faccio un breve appello delle parole totalmente assenti accordo, libertà, civiltà, solidarietà Ma la grande assente è la parola justìce, che mai è andata altrettanto povera e nuda, per dirla con Dante. La fissità quasi maniacale di parole orride e spaventose dà l’impressione del messaggio paranoide di un drogato in crisi d’astinenza. Datemi la droga, grida: le armi le armi. Voglio sparare. Il povero italiano ripiega l’International Herald Tribune e pensa risoluzioni ai proclami di Vittorio Emanuele II, di Camillo Cavour, agli scritti di Giuseppe Mazzini: magniloquenti ma pieni di altre parole, come libertà, unità della patria, virtù (proprio così), valore, fraternità. Dio e popolo. Retorica? Si forse, ma non solo. Resta sempre che noi italiani ci siamo fatti su quelle parole.” Nei sei mesi che dividono quella Risoluzione dall’oggi, il povero italiano non ha molti motivi per attenuare le proprie preoccupazioni. La presa di distanza dalla posizione voluta da Bush, anche se le proiezioni demoscopiche sono concordi nel dare in calo il favore che lo sostiene (e che è comunque ancora superiore al 50%), si approfondisce. Il richiamo all’atteggiamento paranoide che mi è venuto spontaneo e naturale non è una mia invenzione. Non sono ipocondriaco, ma leggo molto. Nel 1980 un memorabile articolo (pubblicato sul New York Times) di Henry Steele Commager, l’autore di un classico come “The American Mind” diceva con impressionante lucidità: “siamo minacciati dal potere e dall’influenza di un complesso militare, industriale, finanziario, sindacale, accademico e scientifico che consciamente o inconsciamente opera per incoraggiare un governo ed una società in cui il concetto di sicurezza è in modo crescente e pervasivo militare. L’impegno di circa il 40% dei nostri scienziati di ricerca nella investigazione e negli esperimenti connessi alla sicurezza levita i costi del progresso scientifico in modo incalcolabile. Siamo minacciati da una “hybris” la quale assume che Dio, la natura e la storia decretano che gli Stati Uniti siano sempre il numero uno nella forza politica e militare in tutto il mondo. I competitori sono quindi nemici, gli alleati strumenti della nostra politica, e i neutrali come la Cina, “carte” da giocare da mani americane”. Proseguiva Commager: “Gli Stati Uniti sono minacciati da una paranoia che vede l’Unione Sovietica come nemico mortale, dedito alla distruzione degli USA e delle nazioni libere. Siamo minacciati dalle politiche militari dettate da questa paranoia. Ma non c’è mai stata, e non esiste nemmeno ora, alcuna base per questa fantasy. Che l’Unione Sovietica violi il diritto internazionale e l’etica con l’invasione dell’Afghanistan, è innegabile che noi abbiamo fatto la stessa cosa con la nostra decennale invasione e guerra contro il Vietnam e la Cambogia” i nomi Unione Sovietica, Vietnam e Cambogia ci assicurano che queste parole sono state scritte ventidue anni fa, e non oggi come verrebbe da pensare. Ma nemmeno Commager era stato l’inventore della “paranoia” americana. In realtà, gli Stati Uniti avevano attraversato già trent’anni prima (mezzo secolo, oggi) una vera e propria era dì parossismo da paura ed odio collettivi: fu il tempo del maccarthysmo, quando un uomo rozzo, incolto, con precedenti di alcoolismo, demagogo violento, come il senatore Joe McCarthy per quasi quattro anni fu letteralmente il padrone dell’America (nemmeno un presidente come Eisenhower, forte di una immensa gloria e di una non minore popolarità, osò attaccarlo). Gli storici anglo-sassoni, meno paludati dei nostri, sono stati loro a parlare, senza complimenti, di “paranoia”: come Richard Hofstadter, nel suo libro “The paranoid style in American Politìcs and Other Essays”, del 1966. Naturalmente, nessuno può pretendere di far passare gli Stati Uniti d’America come una nazione di paranoici clinici. Paranoia politica è solo un modo semplificatorio e di indubbia efficacia espressiva per significare cose importanti che sono alla base della storia americana: al fondo di tutto, quella saldissima fiducia che ha condotto esuli e coloni europei a crearsi una nuova patria, the land of the brave and the free, il paese dove chi voglia lavorare credendo in se stesso può realizzarsi e arricchirsi; il paese benedetto da Dio. Ciò che dà agli americani una incredibile forza, li fa creativi e costruttivi, pieni di coraggio e di ottimismo; ma li espone al rischio del fondamentalismo, che infatti nasce negli Stati Uniti, e che fa sentire”con Dio e la ragione”, in modo inossidabile. Chi è dall’altra parte, è il male: l’impero del male di Reagan, l’asse del male di Bush. Senza possibile redenzione. Questo pericoloso fondamentalismo è quello che caratterizza purtroppo Bush e gli uomini di cui si è circondato, i Rumsfeld, i Wolfowitz. i Rice. “In we trust” da atto di fede è diventato un tardo equivalente del “Gott inìt uns’. Su questa storica disponibilità a sentirsi gli unici custodi del giusto e del bene per tutti è piovuta, purtroppo, la ferita delle Twin Towers, che ha scatenato un moto collettivo di vendetta selvaggia, e che ha trasformato un uomo mediocre, ex alcoolista, incolto, ignaro di lingua che non siano il suo texano americano, e divenuto presidente per il rotto della cuffia col voto del diciotto per cento degli elettori americani, in una guida riconosciuta dalla stragrande maggioranza degli americani. L’uomo dal quale dipendono, nell’era dell’unica superpotenza dopo il tramonto dell’antagonismo USA-URSS, le sorti del mondo. E sono sorti oscure, sangui-nose, crepuscolari, che hanno nome guerra. Il bilancio e l’economia americana sono occupati dalle spese militari per il quaranta per cento, più delle spese militari di tutto il resto del mondo; la crisi d’astinenza è troppo forte per lasciarci sperare che la guerra non ci sarà. “Guerra lampo”, si dice. Io sono tra coloro che ricordano quando nel 1939 udimmo per la prima volta la parola “Blitzkrieg”; ma tutti sanno come andò a finire. Nulla e nessuno può arrestare gli effetti e le onde di propagazione di una guerra, una volta innescata. Nessun avvertimento conta. William Piaff (Intemat. Herald Tribune, 27 febbraio 2003) lancia un grido: “Washington’s folly”: winning the war and losing the world”. Norman Mailer, uno dei grndi vecchi degli Stati Uniti, dice: “l’America entrerà in guerra, vi piaccia o no, perché è l’unica soluzione che Bush e i suoi riescono a vedere. Con la prospettiva che l’America sia destinata a diventare una mega repubblica delle banane, dominata dai militari. Il sistema americano nei risulterà sempre più soffocato. E prima che sia tutto finito, potrebbe ceder il passo. La mia lunga esperienza con la natura umana - ho 80 anni - mi induce a ritenere che lo stato naturale potrebbe essere il fascismo non la democrazia. Dalle ambasciate americane nel mondo arrivano alla Casa Bianca messaggi di grande allarme: “ sempre più persone pensano che George Bush rappresenti una minaccia più grave per la pace che non Saddam Hussein”. Le chiese cristiane interpellano Bush chiedendo pace. Centodieci milioni di persone manifestano nel mondo per la pace. L’indomani mattina, in un collegamento telefonico della terza rete della RAI con Washington, ascolto in diretta questo sinistro commento d’un fedele servo di Bush, Edward Luttwak: “Sono degli stupidini. Aveva ragione Commager. Se la guerra ci sarà come tutto lascia pensare, noi europei, noi resistenti contro il nazismo e il fascismo, noi che abbiamo creduto alla gius-tizia e alla libertà, che vogliamo la democrazia della Costituzione italiana e non quella del Pentagono, non potremo neanche consolarci pensando ad una comunanza di valori ideali da salvare. Contro Saddam (feroce figura di assassino e di sanguinario tiranno) Bush, che era partito proclamando la necessità di ripulire l’Irak da armi di distruzione globale, è ripiegato - di fronte agli esiti delle ispezioni – sulla vecchia teoria dell’intervento per ristabilire la democrazia e i valori occidentali calpestati dalla dittatura totalitaria. Peccato che questi ‘principi’ non siano stati mobilitati contro Pinochet (una pagina di stoita di cui gli Stati Uniti non possono essere fieri, dice adesso Colin Powell), né quando Nixon e Kissinger scelsero il “cinismo da grande potenza, con l’abbandono completo dell’optione democratica per i governi da appoggiare nella lotta contro il comunismo: Vietnam del Sud, ì regimi dittatoriali della Repubblica Dominicana (1965), Cile (1973), Argentina (1973)”, scrive Marcello Flores ne “Il secolo - mondo. Storia del novecento”, Bologna, il Mulino, 2002. Se Bush vuol fare la guerra americana. almeno non ci mistifichi. Questa guerra non è nostra, da qualunque parte la si guardi. Nostra è la pace, tenace, paziente: qualcosa che porta il pensiero ad un lungo, faticoso ma infine liberatore stato di “resistenza”. Abbiamo lamentato tante volte che di fronte agli orrori della guerra hitleriana Pio XII non abbia levato un grido. Adesso il grido c’è stato ed è venuto da Papa Wojtyla che ha raggiunto credenti e non credenti. L’ “Osservatore romano”, di leggendaria compostezza anche grafica, per dare un titolo adeguato al suo grido, ha riempito quasi intera la sua prima pagina con una parola sola, in caratteri enormi: MAI.È l’unica vera risposta.

Il parere di Aniasi

“Gli americani vennero in aiuto all’Italia e all’Europa e noi, come italiani e come europei, siamo loro grati per questo decisivo intervento. In base a questo ragionamento, è naturale che gli Usa hanno il diritto di reciprocità. In caso di attacco esterno o di aggressione, noi dovremmo sentire il dovere di essere al loro fianco. Ma oggi l’America non è invasa e da liberare da forze straniere. Se così fosse, la loro pretesa sarebbe più che giustificata. Ma, naturalmente, le cose non stanno proprio in questo modo. Allora parlare di ingratidudine, è sbagliato così come è sbagliato chiederci e addirittura pretendere che si partecipi a una guerra che, a mio parere, non è necessaria, anzi nociva per ragioni umanitarie e valutazioni politiche. Ritengo di non essere lontano dal vero se affermo che una nostra partecipazione all’azione militare provocherebbe l’ostilità di un miliardo di musulmani nei confronti dell’Occidente”.

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